La pittura di Tonino Lombardi (vent’anni ormai di febbricitante relazione con la prodigiosa avventura, sconnessa e fino in fondo assaporata, del pensare l’assoluta ripetizione del senso e del colore) è da definire una sosta perentoria e animata nel solitario teatro di una recitazione della "malinconia", ignara tra realtà cosmica e fantasia del mondo sensibile. Teatro, diciamo, come breve, intensissimo, iterato, compatto arsenale dì tenebre (l’essenza stessa di questi quadri, a liturgica scansione e grumo recitante, invocato, appare il "nero", è il nero in genere, sommosso, commosso) con le sue irradiazioni, i suoi inteneriti riverberi, i suoi chiasmi, i suoi vibrati sentieri (sentieri come scie, come striscie e intacche, graffi lunghi e, come dire, epidermici, come filiture e fili d’Arianna, quando si intenda la materia "colore", distesa appunto in pellicola, in velame di apparenza alternante in trasparenza muta); e i suoi soprassalti rabbrividiti e divorati, forse residui di iridescenti citazioni (eccitazioni) mitologistiche (in quanto il colore sia, di certo o per dubbio, legato alle medesime sue origini drammatiche, al suo dramma iniziale, che si ripete in ognuno degli uomini ("«sia la luce!» e la luce fu"). ...
Emilio Villa
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